Un omaggio sui generis a Sabino D’Acunto

Riconoscere pubblicamente un torto nei suoi confronti, portare l’estremo saluto alla sua spoglia mortale, ricordarne le benemerenze artistiche, intitolargli un premio letterario, una via, una piazza: sono tanti i modi per rendere omaggio a un letterato scomparso. Sabino D’Acunto li merita tutti, per la serietà e la dedizione con cui ha risposto alla vocazione artistica. La sua produzione, finanche nelle espressioni migliori, come Elegia molisana, è condannata a impallidire davanti al riverbero del “sacro fuoco” che ha divorato la figura dell’autore, emblematica nel panorama molisano.

La lettura di una composizione che, a guisa d’epitaffio, è stata proposta da Giovanni Petta e Rossano Turzo per ricordare il letterato scomparso di recente, ne riafferma la statura morale. La lirica s’intitola “Compromesso”:

Ci sono versi che non ho mai scritto,
nella memoria si son fatti canto
e lacrime che dentro ho raggelato
ma l’anima hanno terso.
Ci son dolori che non ho gridato
e gioie barattate col silenzio:
tutto rimane un duro compromesso.

Ma la lettura ribadisce altresì che la resa poetica dei versi di D’Acunto resta inferiore alla tensione morale dell’autore, anche se Giovanni Petta si adopera ad enumerare i pregi artistici della lirica:

“D’Acunto – scrive Petta a Turzo – è stato bravo a non enfatizzare i versi del suo canto. È proprio questo che lo ha sempre caratterizzato come un vero poeta del Novecento. In questo piccolo componimento, che il tuo lettore trova prosaico, c’è un’armonia strutturale semplice ma di lavoro certosino, di cura e puntualità di scelte metriche, sintattiche e lessicali. Se il tuo lettore vorrà prestare attenzione, troverà sei endecasillabi divisi in due gruppi di tre da un settenario che evidenzia, con la sua diversa lunghezza, la parola “anima” e quel “terso” che rimanda alla pulizia, alla purezza, obiettivo sospirato, desiderio sempre rintracciabile nella poesia di D’Acunto. L’endecasillabo e il settenario sono i versi classici per eccellenza della tradizione poetica italiana. Già questa scelta sa di liricità e di tradizione, nonostante la semplicità lessicale voluta e la quotidianità che suona nelle parole scelte dal poeta. Inoltre, la scelta delle “t” ripetute nel finale dei primi cinque versi, il raddoppio della stessa consonante e lo spostamento al centro nel 6° e all’inizio nel 7° verso, rivelano, proprio nella durezza del suono, la sofferta consapevolezza di quanto esplicitato nei contenuti. Una fredda consapevolezza, ribadita in quel “raggelato” al 3° verso che ricorda tanto il “digrignato” nelle trincee di Ungaretti. Mi fermo per non arrivare all’autopsia inutile del verso. Mi sembra però che quanto detto basti già per dire che tanta attenzione al lessico e alla metrica allontana ogni sospetto di prosaicità. Certo, D’Acunto non è sempre tondo, morbido, cantabile… ma a me i poeti “tondi” non sono mai piaciuti”.

Così Giovanni Petta. Ma si può e si deve dissentire dalla sua analisi tecnico-formale, introducendo nella valutazione estetica della lirica di D’Acunto un epigramma.

Un settenario che inframmezza terso
d’endecasillabi il placido flusso
certo è segnale di classico gusto,
non certo di poesia.
Diversamente, amici Petta e Turzo,
valgono quanto i versi di D’Acunto
i versi miei che gli rifanno il verso.

E certamente Petta, per seguirlo sul suo stesso campo, non commetterà l’errore di assegnare dignità poetica all’epigramma, pure davanti ad alcune raffinatezze formali. A cominciare dalla struttura metrica identica al modello, per continuare con la rima terso/verso che, come guscio di madreperla, chiude il componimento, giocato tutto sull’assonanza u-o (flusso, gusto, Turzo, D’Acunto), quasi a creare il necessario fondo scuro (u-o), dal quale deve staccarsi e risplendere, come sole, la rima del settenario centrale: poesia!

Chiusa la parentesi e concludendo: non sono meno sentite la lode e la gratitudine rivolte alla memoria di Sabino D’Acunto, degno figlio del Molise, da parte di chi antepone la statura morale del letterato al talento poetico dell’artista.

Un omaggio sui generis a Sabino D’Acuntoultima modifica: 2004-02-14T11:57:52+01:00da donatig1
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2 pensieri su “Un omaggio sui generis a Sabino D’Acunto

  1. Avevo inserito questo post anche nel mio blog pennemolisane.s plinder.it
    Ma è stato oggetto di una feroce reprimenda di Rossano Turzo il quale ha sostenuto che così si sputa sui morti, perché questo è il molise, l’unica regione al mondo dove si sputa sui morti.

  2. da Lettera dal Molise (1955-1956) (*1)
    Sulla mia gente veglia la montagna
    assorta testimone
    di primavere sacre e di memorie.
    Per fame d’orizzonti
    vennero gli avi dietro il bue mitico
    alla ricerca d’una patria. E là
    ove il Matese la sua asprezza placa
    nella pianura emersa dai silenzi
    destini si compirono nel solco
    di favolose età.
    In questa terra avara la mia gente
    rinnova le sue stirpi
    come sui rami mutano le foglie.
    Candori d’albe ingemmano le fronti
    delle donne che hanno nei capelli
    aromi di vigneti;
    tra la montagna e il mare la mia gente
    vede i tramonti seguire le aurore,
    giorno su giorno, eternamente uguali.
    Un antico destino è la fatica
    di solcare maggesi e porvi seme
    di grano e di speranza.
    Gli uomini hanno muscoli di pietra
    e cuore di fanciullo.

    È buona la mia gente.
    Nel suo penare cotidiano sogna
    un domani migliore.
    È una speranza, questa, che si spezza
    con il pane, ogni giorno, e come il pane
    lascia di sé insoddisfatta voglia.

    Risonanze sommerse porta il vento
    se dagli orti si leva a sera e mugghia
    ostile sulle case antiche e vuote
    che immagini conservano remote
    e ricordi di morti senza tempo.
    In queste mura intesse la sua vita
    di rinunce e miseria la mia gente:
    i vecchi non ricordano che fame
    e le mamme hanno il petto dissanguato
    dalla fame dei figli,
    nelle mani esse stringono la pena
    e grani di rosario.

    Come vorrei lungo i tuoi tratturi,
    terra mia dolce, unirmi ai tuoi pastori
    che lenti vanno e muti come numi
    antichi nel silenzio sopra l’erbe;
    o per le strade unirmi ai pellegrini
    a ritrovar la fede dei miei padri
    dietro un ramo intarsiato fatto croce…
    Ma non odo che pianto nei crocicchi
    e sulle soglie vedo solo addii.

    Non si piangono morti qui ma vivi!
    Uomini vanno col fardello carico
    di stracci e di illusioni, chissà dove.
    Partono!

    Parte tutta la mia gente
    per approdi lontani.
    Partono all’alba come i condannati.
    Ah, fermateli! È triste. Non più gioia
    né amore nelle case desolate,
    non più canti di sposa né vagiti
    di culla, non più voci…ma silenzio,
    deserto come morte.
    Oh, tornate alle case,
    alle case che gemono nel vento!
    Ma non ode nessuno: il nostro cuore
    è pietra di sepolcro.
    Nella sua quiete alta la montagna
    al dolore degli uomini fa eco.

    Le primavere sacre si rinnovano
    tormentose crudeli senza miti.
    Sabino D’Acunto
    (*1) da “Il tempo e la memoria” Edizioni Tracce, Pescara 1994. p. 41.

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